500 Miglia di IndianapolisEroi dei due mondiFormula 1

Eroi dei due mondi | Jim Clark

Talento sopraffino, ha vinto nello stesso anno il Mondiale di F1 e la Indy 500: impresa mai riuscita a nessuno. Un destino crudele ce lo ha strappato a 32 anni

In molti lo paragonano ad Ayrton Senna, e in effetti di parallelismi tra il campione carioca e Jim Clark – pur con qualche incongruenza – ce ne sono parecchi. Pochi anni di militanza in Formula 1 per entrambi: appena otto per Clark, dieci per Ayrton. Tante affinità sul piano velocistico, su tutte la propensione al giro secco. Trentatré pole per Jim (su 72 GP), sessantacinque per Ayrton (su 161 GP).

E un destino crudele a spezzare le storie di entrambi. Ayrton morto a Imola mentre dominava la corsa il 1° maggio 1994. Clark scomparso in una curva velocissima del vecchio Hockenheimring, il 7 aprile 1968. Trentaquattro anni Senna, trentadue Clark. Una morte ripresa in mondovisione, sezionata in ogni tragico fotogramma quella di Ayrton. Avvolta dal mistero, senza testimoni, quella di Clark.

Ma c’è anche qualche differenza, come il rapporto con Montecarlo. Senna ne ha fatto il salotto di casa, Clark lo detestava. Eppure fu proprio lì che Jim siglò la prima pole position, al volante di una Lotus, nell’anno del debutto, 1960.

INIZIA L’EPOPEA DI JIM CLARK

E dire che non dovevano nemmeno esserci le corse nella vita di Jim Clark, se avesse seguito i dettami della famiglia. Nato in un villaggio rurale del Fife, Scozia, nel 1936, da benestanti agricoltori, Jim abbraccia le corse motoristiche a vent’anni, a insaputa della famiglia. All’inizio, è puro diletto.

Ma poi quel gioco diventa una faccenda seria. Infatti appena due anni più tardi Clark è pilota in pianta stabile ai trofei nazionali. Finché, nel 1960, apriti cielo. Lo vuole nientemeno che Colin Chapman, sopraffino talent scout oltre che inarrivabile ingegnere. E la carriera di Clark prende slancio, stavolta in Formula 1.

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Jim Clark al GP d’Inghilterra del 1965, l’anno del secondo iride – ©️ Getty Images

Pochi anni di gavetta, pochi anni sul palcoscenico della gloria. Clark arriva in Formula 1 ed è subito una bella gatta da pelare. Per tutti. In nemmeno otto anni sbaraglia il campo, come un vortice impetuoso, su quella Lotus che mai ha voluto tradire. Jim macina numeri e percentuali di vittorie da capogiro. Per capirci, le sue 33 pole rimarranno il record fino ai tempi di Senna…

Una Lotus mai tradita, dicevamo. Perché la leggenda di Clark si lega a doppio filo al marchio britannico. Jim ha resistito anche al fascino della Ferrari, che pure avrebbe fatto carte false per assicurarselo. E alla Lotus, Clark ha legato fortune e sventure. Del resto, il suo andamento segue quello delle auto che gli capitano tra le mani. Vetture che, come è un classico di Chapman, alternano annate geniali ad altre anonime.

In ogni caso, il ruolino di Clark raramente s’inceppa. Due anni di gavetta, le prime vittorie nel ’62 e la consacrazione nel ’63. L’anno dopo è tutto pronto per il bis, ma le Lotus 25 e 33 fanno le bizze – ve l’avevamo detto – e così la seconda corona è rimandata al 1965. Altro titolo, altri successi all’orizzonte. E invece nel ’66 e ’67 le macchine di Chapman hanno una flessione, relegando Clark a più miti consigli. Per il tris iridato il 1968 sembra l’anno buono, con l’affermazione al primo GP in Sudafrica. Ma poi il destino decide diversamente…

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Jim Clark con la Lotus numero 82 a Indy nel 1965 – ©️ Getty Images

QUELL’IMPRESA IRRIPETIBILE

Eppure non c’è solo la Formula 1 nella breve ma intensa epopea di Jim Clark. Riavvolgiamo un attimo i nastri al 1965. Jim sta dominando la massima serie, ma c’è un’altra impresa che coltiva parallelamente: è la conquista della 500 miglia di Indianapolis, la corsa che ha messo in soggezione pure il più grande della Formula 1, Juan Manuel Fangio. La rivalità Europa – America è alle stelle, e allora Jim prende armi e bagagli per mettere in riga pure gli americani.

Fida alleata è di nuovo lei, la onnipresente Lotus. Chapman affronta la sfida di Indy dotando la monoposto di un motore posteriore. All’epoca era un unicum, dal momento che la stragrande maggioranza si manteneva fedele al propulsore anteriore, Ferrari compresa.

È una mossa illuminata, perché, se non si frapponessero certe vicissitudini, il trinomio Clark – Lotus – Chapman stravincerebbe già alla prima partecipazione, datata 1963. E invece quell’anno Jim deve accontentarsi della piazza d’onore. Peggio va nel ’64, perché a una qualifica eccelsa segue un mesto ritiro.

Il ’65, finalmente, risarcisce Clark e la squadra Lotus (oltre alla Ford, che le forniva i motori) delle disfatte precedenti. Per Clark è un successo assoluto: 190 giri in testa su 200, primo e unico pilota a consacrarsi in Formula 1 e in Indy nello stesso anno. Unica macchia, la mancata pole. Ma che importa.

IL TRAGICO EPILOGO

Al 1968 eravamo arrivati, parlando di Formula 1. Ebbene, tanto c’era ancora da conquistare nel cammino di Jim Clark, che con la Lotus sbanca la prima corsa iridata di quell’anno maledetto. Parallelamente, partecipa all’Euro Formula 2, la cui prima tappa è in programma all’Hockenheimring, il 7 aprile. Il meteo dice pioggia battente, le ruote delle monoposto sollevano vortici di acqua nebulizzata. Clark è in difficoltà. Le qualifiche sono un disastro, i primi giri anonimi, in mezzo alla nube.

Al secondo passaggio, la Lotus 48 dello scozzese sparisce. Prende la tangente, schizza verso il bosco, si cappotta, si disintegra. Clark se ne va così, in una tragedia misteriosa, poco documentata. Di cui rimangono una vettura accartocciata e qualche foto in bianco e nero. Testimoni oculari, solo uno. È Chris Irwin, il pilota che seguiva Clark.

Troppo poco per mettere ordine in un marasma di dubbi, di teorie che a oltre cinquant’anni di distanza costituiscono un ventaglio troppo ampio per fare chiarezza. Forse una sterzata per evitare un incauto attraversatore. Forse una sospensione difettosa. Oppure, uno pneumatico in procinto di afflosciarsi. Chissà. Fatto sta che Jim Clark se n’è andato così, a 32 anni. Nel fiore della giovinezza, come un eroe omerico. Da restituire al ricordo eterno.

 

Luca De Franceschi

Sono Luca, studio Lettere e seguo la Formula 1 da una decina d'anni. Mi sono appassionato a questo sport durante l'era dei successi di Michael Schumacher con la Ferrari, per poi assistere alle prime vittorie di Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. A casa ho diversi DVD sulla storia di questo sport, che mi hanno fatto conoscere i piloti e le auto del passato. Ho anche la passione dei kart, sui quali ogni tanto vado a girare.

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