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24 Ore di SpaEroi dei due mondiFormula 1

Eroi dei due mondi | Mark Webber

Mancano i contorni epici dal percorso di Mark Webber. Eppure anche l'australiano, iridato Endurance nel 2015, merita un posto tra gli eroi dei due mondi

D’accordo, la sua storia non s’inscrive negli anni ruggenti del motorsport, quelli in cui, dopo avere indossato il casco, non sapevi se saresti tornato a casa vivo. E nel suo palmarès non c’è nemmeno il titolo di Formula 1, appuntamento sfumato in quel famigerato GP di Abu Dhabi 2010. Ma anche se dal percorso di Mark Webber mancano i contorni epici, il pilota australiano merita, di diritto, qualcosa di più di una semplice menzione nel pantheon degli eroi dei due mondi.

Dopotutto, Mark è tra i pochi piloti contemporanei ad avere trionfato su più fronti. Nove vittorie in Formula 1, per un pilota presentatosi da semi sconosciuto, da quella lontana Australia che non sfornava campioni dai tempi di Alan Jones. Più il titolo WEC 2015, su Porsche 919 Hybrid in Lmp 1, la crème de la crème del mondiale Endurance.

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E anche qualche grosso rammarico: su tutti il titolo di Formula 1, sfiorato appunto nel 2010, e il mancato successo alla 24 Ore di Le Mans, nonostante una Porsche e un equipaggio ben collaudati. Ma che dire, il percorso del pilota di Queanbeyan merita comunque il suo spazio, perché, tra le vittorie in Formula 1 e quelle Endurance, Webber si è rivelato pilota poliedrico e inossidabile.

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Webber a Monaco nel 2005, teatro del primo podio in F1 – ©️ Getty Images

IN PRINCIPIO FURONO I PROTOTIPI

Passata la gavetta nelle formule minori, Mark si stabilisce in Europa, dove a fine anni ’90 partecipa al campionato GT. I risultati sono di tutto rispetto – nel ’98 è terzo assoluto – ma non mancano le grandi paure. Parliamo della 24 Ore di Le Mans edizione ’99, condita da due voli a bordo della Mercedes-Benz CLR, tristemente nota per patire problemi aerodinamici.

“Già il giovedì precedente ero stato vittima di un volo – rammenta Webber anni dopo – e, per il warm up, il team aveva lavorato alacremente per scongiurarne degli altri. Nonostante questo, sul dosso di Mulsanne, mentre ero in scia alla Viper Oreca di Beretta, la mia Mercedes prese letteralmente il volo. Non mi feci nulla, ma ero davvero furioso con il team: io non avevo sbagliato, e loro mi avevano garantito che l’auto era sicura. Da quel momento mi ripromisi che non sarei più salito sulle sport car.

Promessa non mantenuta, perché nel 2014 Mark sarà di nuovo lì. Ma fino a quell’anno, il proposito fatto a se stesso terrà Webber lontano dai prototipi, indirizzandolo alle monoposto. Due anni di Formula 3000 bastano per accedere in Formula 1: a credere in lui è prima Flavio Briatore, che gli offre un ruolo da collaudatore in Benetton, poi Giancarlo Minardi, che lo vuole titolare nel 2002.

LE SOFFERENZE E L’ASCESA

Il debutto, nella sua Australia, è da prima pagina. Sulla Minardi, il deb Webber strappa un eclatante quinto posto. Peccato che, per i successivi tre anni, quello rimarrà il picco della sua carriera, fino al primo podio (con la Williams) a Monaco 2005.

Al 2007 risale l’approdo alla Red Bull, che nel primo biennio gli riserva poche gioie. Ma poi la musica cambia, perché nel 2009 viene sdoganata quella rivoluzione aerodinamica che sconvolge gli equilibri. Dopo anni di monopolio, Ferrari e McLaren cedono la scena a Brawn GP, Toyota e proprio Red Bull. Peccato che, nel frattempo, un David Coulthard a fine carriera abbia lasciato posto, di fianco a Mark, al pupillo del team Sebastian Vettel, giovane e affamato.

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Mark Webber a Montecarlo nel 2011 – ©️ Getty Images

Proprio Vettel sarà la grande gatta da pelare quando la competitività della Red Bull si fa seria. Avviene nel 2010, stagione in cui la situazione di incertezza al vertice si trascina fino all’epilogo di Abu Dhabi. In un campionato che vede ben cinque protagonisti, Webber si ritaglia la sua parte: a Barcellona e Monaco detta legge, in Inghilterra ridicolizza Vettel e in Ungheria è di nuovo trionfatore.

QUEL TRENO PERSO

Ma la stagione è macchiata dagli screzi con il team, a detta dell’australiano incline a favorire il compagno (famoso è il team radio “Not bad for a number 2 driver”, pronunciato contro il muretto, reo di avere installato sulla Red Bull di Seb l’ala nuova riservata a Mark). Screzi determinanti nel segnare il destino dell’australiano, che nel gran finale di Abu Dhabi non riceve alcun favoritismo dal muretto, pur essendo posizionato davanti a Vettel alla vigilia.

Come vuole la dura lex che regola le carriere dei mediani, una seconda chance, in Formula 1, per Mark non si presenterà più. Come Regazzoni nel ’74, Reutemann nell’81 e Irvine nel ’99, Webber in quel 2010 ha ballato la sua estate, godendo di una chance irripetibile, bruciata in quella notte di Abu Dhabi. Nei successivi tre anni, monopolizzati dal compagno Vettel, giungeranno solo tre vittorie.

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Webber, assieme a Bernhard e Hartley, trionfa in Bahrain nel 2015 – ©️ RedBull.com

SECONDA GIOVINEZZA DI WEBBER

Ma la parabola di Mark non si esaurisce qui. Il WEC, nuovo teatro dei sogni iridati, gli regala una ventata di giovinezza nel triennio 2014-’16, l’ultimo della lunga carriera dell’australiano. Dopo una stagione di rodaggio, i tempi nel 2015 sono maturi per puntare al colpo grosso. Vinta la resistenza dell’Audi R18, Webber, assieme a Bernhard e Hartley, centra in Bahrain il titolo a bordo della Porsche 919 Hybrid.

Per Mark è il coronamento di un sogno, dopo una carriera ventennale che lo ha visto almeno in un paio di occasioni sfiorare l’obiettivo. Nel 2016 il bis non arriva, e quello sarà pure l’ultimo anno agonistico del pilota australiano, ormai 40enne. Certo, ci sono alcune carenze nel suo percorso, come, appunto, la classicissima della Sarthe, che Webber non riesce mai a fare sua. Però va dato valore a un titolo Endurance che, almeno in parte, ha risarcito Mark della cocente delusione di cinque anni prima, insegnando che le soddisfazioni si possono trovare anche al di fuori del dorato mondo della Formula 1. Anche se hai 39 anni, 20 di corse alle spalle e tante occasioni bruciate.

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Luca De Franceschi

Sono Luca, studio Lettere e seguo la Formula 1 da una decina d'anni. Mi sono appassionato a questo sport durante l'era dei successi di Michael Schumacher con la Ferrari, per poi assistere alle prime vittorie di Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. A casa ho diversi DVD sulla storia di questo sport, che mi hanno fatto conoscere i piloti e le auto del passato. Ho anche la passione dei kart, sui quali ogni tanto vado a girare.

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