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La vita, il lavoro: quattro sfumature di Mauro Forghieri

Mauro Forghieri è stato un Artista a tutto tondo, capace di conciliare la sua fama d’ingegnere con il rapporto avuto nel corso degli anni con diversi piloti succeduti in Ferrari, senza dimenticare del Drake. Ma cosa è stato esattamente? Potremmo concentrare la sua vita motoristica in quattro punti.

Gli inizi

Assunse la guida tecnica della Scuderia dopo soli due anni in azienda (era figlio di un tornitore della Ferrari che Enzo conosceva bene). Fu una delle scommesse più avventate del Commendatore: fu “promosso” in sostituzione di ingegneri molto esperti, come Chiti e Bizzarrini, i quali avevano come unica colpa l’essersi schierati contro la moglie di Ferrari, Laura, che aveva trattato male un dirigente della scuderia.

Enzo-Ferrari-Mauro-Forghieri-1970
© Rainer W. Schlegelmilch

I vantaggi di anticipare i tempi

Gli alettoni li introdusse lui nel Gran Premio del Belgio del 1968. In realtà furono progettati dall’ingegnere aerodinamico della scuderia Giacomo Caliri, che li aveva “copiati” dalla Chaparral 2C che correva nel campionato Can-Am. Senza dimenticare che è stato il primo ad inserire nella 312T il cambio automatico, proposta poi scartata da Villeneuve.

Mauro-Forghieri-1984-Test
© Rainer W. Schlegelmilch

Le discussioni

A proposito di vetture rosse, il motore turbo della Ferrari 126CK e C2 fu studiato dall’Ingegner Nicola Materazzi, il padre della Ferrari F40. Tra Mauro Forghieri e Materazzi (morto lo scorso agosto) non è mai corso buon sangue. I due sono entrati in forte polemica anche a proposito della F40, che Forghieri ritenereva troppo potente e con gomme sottodimensionate.

Didier-Pironi-Mauro-Forghieri-Francia-1981
© Rainer W. Schlegelmilch

L’opera omnia: la 312

Il meraviglioso cambio trasversale della serie T (T2, T3, T4 e T5), che dominò la seconda metà degli anni ’70 fu tutto opera di Forghieri. Grazie a questa soluzione la macchina aveva un momento d’inerzia ridottissimo e quindi una grande facilità di percorrenza in curva. L’altro punto di forza di quelle macchina era il potentissimo motore V12 piatto (che in tanti chiamavano boxer, come se avesse un perno d’albero per ogni pistone, ma era in realtà un V12 di 180°). Un vero capolavoro ingegneristico di Mauro, che ci ha lasciato in eredità.

Scritto in collaborazione con David Bianucci

Giuseppe Lapietra

Classe '90, tante esperienze lavorative alle spalle, ma una sola passione, quella dei motori. Arriva tardivamente a conoscere la Formula 1, chiedendosi poi perché non l'abbia conosciuta prima. Il lato amarcord lo scopre quasi per scherzo grazie a una pagina FB che fonda assieme ad un amico, restandole ammaliato. Guarda comunque al futuro! Si diletta nella fotografia, e strizza un occhio anche alla tecnologia.

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