La Chrysler, proprietaria della Lamborghini dal 1987, decide di rilanciare il marchio di Sant’Agata bolognese in quanto in preda a una crisi profondissima, stava inesorabilmente perdendo quote di mercato nel ristretto novero delle vetture da grandi prestazioni.
Contravvenendo alla filosofia di Ferruccio Lamborghini, il presidente della casa americana, Lee Iacocca, lo stesso che subì gli strali di Ferrari quando il vecchio si rifiutò di vendere alla Ford, decise di rilanciare il marchio Lamborghini puntando sulle corse.
Il manager americano da subito scartò l’idea di gestire un team proprio; troppo alti i costi rapportati ai vantaggi, quindi, decise, grazie al nuovo regolamento vigente in Formula 1 che prevedeva la messa al bando dei i motori turbo , di puntare decisamente sulla produzione di motori a 12 cilindri aspirati entrando direttamente in concorrenza con la Ferrari che di questa architettura era l’indiscussa regina.
Da ottimo manager quale era, si rivolse a due transfughi di Maranello: Daniele Audetto, abile direttore sportivo che “affogò” nel 1976 nel disastroso Gran Premio del Giappone famoso per il gran rifiuto di Lauda a correre, e Mauro Forghieri, ingegnere di indiscusso valore al quale si dovevano i numerosi successi della Ferrari fino al giorno della sua defezione poco prima del GP d’Italia 1984. L’ing. Forghieri diventò responsabile tecnico della Lamborghini Engineering e si occupò a 360 gradi del progetto Formula 1. Il motore prodotto fu un v12, coerente con la filosofia produttiva dei motori della Lamborghini di serie, perché l’architettura plurifrazionata permette diversi vantaggi in termini di potenza e affidabilità.
I clienti non mancarono, nel 1989 venne utilizzato dal team Larousse, e successivamente da Lotus, Minardi, Lola e Ligier, ma il giudizio che fece inorgoglire i tecnici fu quello di Senna, che provatolo in gran segreto su una McLaren Mp4/7 ne rimase entusiasta tanto da volerlo fin dal 1993. Il boss della McLaren Ron Dennis non ritenne di dover investire su quel motore e, svanito il sogno di diventare il motore di Senna e
nonostante la presenza del colosso americano alle spalle, i risultati furono scarsi, il propulsore non rispettò mai le aspettative in quanto, per tenerlo alla pari con la concorrenza, venne spremuto in termini di potenza e regimi di rotazione. L’unico risultato di un certo rilievo fu il terzo posto ottenuto in Giappone da Aguri Suzuki con la Larousse, valorizzato ancor di più dal primo podio ottenuto da un pilota giapponese nella storia del campionato del mondo di Formula 1.
Così finisce la storia del motore v12 Lamborghini; forse, se avesse equipaggiato la McLaren di Ayrton Senna, adesso ne racconteremo i trionfi, invece dobbiamo limitarci ad elencarne la presenza nei Gran Premi.